Siamo al 30 maggio. Il grande giorno: oggi, il comizio conclusivo della campagna elettorale del PD. In teoria aperto a tutti, di fatto off limits per tutti. Dentro il Teatro Alfieri gli altri membri della redazione di Torino 2016 vengono prelevati ed identificati. Fuori, in Piazza Solferino, non tira un’aria migliore: tutte le vie d’accesso sono bloccate e gruppi di uomini sorvegliano il perimetro.

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Alle 17.58 Piero Fassino entra a teatro dalla porta sul retro e del Presidente del Consiglio, neanche l’ombra.

Alle 18.30 in punto, con un’ora di ritardo, cinque auto blu annunciano l’arrivo di Renzi. Il premier varca la soglia del Teatro Alfieri usando l’ingresso laterale. “Non voglio la scorta, mi difende la gente” diceva Renzi, ma oggi a difenderlo serve l’agente. Ben più d’uno: qualcosa è cambiato.

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Un evento FB annunciava un’accoglienza coi fiocchi per il presidente del Consiglio. Per raggiungere il luogo della tanto temuta contestazione dobbiamo superare l’ennesimo posto di blocco. Quattro camionette sbarrano via Cernaia. Polizia, stavolta. Mancano solo le guardie campestri a proteggere piazza Solferino. E da chi poi?

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Gli unici a penetrare in piazza erano stati loro i pericolosissimi dei Lavoratori Precoci Uniti, un nome da reazionari sovietici per 16 anziani lavoratori che avevano osato gridare con un megafono davanti a Teatro Alfieri.

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Quello che doveva essere un funzionario delle forze dell’ordine, aveva provveduto a bacchettarli. “Oggi c’è una manifestazione del PD e questa è una contrapposizione. Noi normalmente non autorizziamo contrapposizioni nello stesso luogo.” Ma i pericolosi reazionari erano in cerca di visibilità e non avevano ceduto. Così il funzionario si allontana, chiama un paio di telecamere e le dirige verso il luogo della contestazione. “Mi raccomando, il servizio del giorno!” esclama un giornalista prima di scoppiare a ridere. Non ci sarà nessun servizio per i Lavoratori Precoci, ma i cinque minuti di paventata celebrità bastano. Quando arriva Renzi se la piazza è sgombra e silenziosa, lo deve anche alla stampa. [VIDEO]

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Gli unici rumori rimasti provengono da lontano, oltre quelle camionette che scrutano i temuti antagonisti.

La Torino antagonista ha un passato e un presente celebre e vivace. Oggi però, complice la pioggia, anche questi temutissimi rappresentano una minaccia troppo lieve per lo schieramento di forze che gli si contrappone. Un ragazzo al megafono, ispirato dalla pioggia, grida:“Piove governo ladro!” e chiama Renzi “bimbominkia”. Poi si riprende e indirizza meglio i suoi strali: contro la politica degli sfratti, spina nel fianco dell’amministrazione Fassino. Ad accogliere le sue parole, gli applausi di venti giovani che cercano riparo dalla pioggia sotto i portici o nei cappucci delle loro felpe.

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Non sembra che la situazione possa scaldarsi vista la debole partecipazione. Siamo ben lontani da La Nuit Debout, l’ondata di proteste in atto in Francia contro il jobs act. Proteste che probabilmente questi giovani ammirano e vorrebebro imitare, senza rendersi conto che il popolo italiano è radicalmente diverso e più ignavo. Soprattutto nelle sue fasce medio giovani dei suoi adultescenti, troppo impegnati ad annoiarsi nella loro lacuna di speranze. Troppo grandi e disillusi per scendere in piazza e troppo piccoli per maturare un dissenso radicato e intelligente.

Facciamo facilmente marcia indietro, non c’è pericolo di perderci tra la folla, ma gli agenti ci sbarrano la strada. Mentre cerchiamo di convincere la polizia a farci passare sopraggiunge un ragazzo di colore, forse pakistano. Lo fermano “Dove devi andare?” Lui fa per girarsi e tornare indietro. Lo richiamano “Oh dove devi andare? Ce la fai a parlare?” Così un agente affatto mansueto si rivolge al ragazzo, ancora muto. Evidentemente non si tratta di reticenza, ma di poca padronanza della lingua, mista a paura. Alla fine indica una via laterale, lo fanno passare, uscire si può.

La nostra pelle bianca e l’aria tutto sommato da bravi ragazzi ci fanno guadagnare un trattamento meno aggressivo, ma ci intimano di non accedere al poligono ritagliato. Proseguiamo verso un altro accesso, bloccato. Un’altezzosa signora che si lamenta per l’impossibilità di tornare a casa. I giovani agenti non sono così spavaldi di fronte alla madama, biascicano scuse di circostanza, “Sono le direttive”, la signora si allontana infastidita. A parecchi altri cittadini viene riservato lo stesso trattamento e anche sui social lamentele e sfoghi non mancano.

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A fine giornata l’operazione può dirsi compiuta. Le tentate contestazioni si sono perse tra zelanti funzionari delle forze dell’ordine e auto sabotaggi. Del dissenso non rimarrà traccia, ma della paura di Renzi (e Fassino?) per il dissenso, invece sì. Eppure i nostri amministratori dovrebbero sapere meglio di chiunque altro che il dissenso non solo è normale, ma è sintomo della coscienza critica di una democrazia sana. E in una democrazia sana, un premier altrettanto in salute, dovrebbe sapere che il dissenso non si può sconfiggere negandolo e neanche impedendogli di manifestarsi. Così, rischia solo di aumentare.

Grazia Tomassetti e Luca Magrone.