1

 

C’è un cartello azzurro con una scritta bianca: Osi. Appena sotto, un cancello arrugginito. L’apertura centrale offre un varco in cui la fredda luce di questo 12 marzo scompare.

Prima di entrare, Marco si ferma e scatta una foto. Ci avviciniamo piano all’ingresso. Sulla soglia rimane una porta di vetro miracolosamente intatta. Un tappeto di schegge meno fortunate ci dà il benvenuto nella ex Officine Stampaggi Industriali.

Mi guardo attorno:“Dov’è che siamo?” – non conosco bene Torino. Carolina prende la fotocamera e mi mostra una foto.

 

23

 

Ci affacciamo all’ingresso ed entriamo. Remo calpesta il pavimento di schegge. Un sensore nero lo scorge dall’altra parte dell’entrata e il suono di un allarme riempie l’esterno.

4

 

Ci precipitiamo oltre il sensore e aspettiamo. Gli ululati continuano per alcuni lunghissimi secondi, poi ammutoliscono. Grazia tira un sospiro di sollievo. Siamo dentro.

Nel 1960 Luigi Segre e Arrigo Olivetti fondarono la Officine Stampaggi Industriali. Nel 1968 la Osi chiuse il reparto carrozzerie per dedicarsi solo agli stampaggi industriali, sino al 2001. Nel 2016 la Osi è diventata azienda leader nel settore dell’abbandono edilizio e del degrado urbano.

A rivelarlo è ciò che vediamo dopo aver percorso il corridoio a destra.

5

 

Siamo nel cuore dell’edificio. Del tetto rimane solo lo scheletro in metallo. E’ diventato uno spazio a cielo aperto, decorato da rifiuti ed erbacce bagnate nel nero di vecchi fuochi spenti. Rischiamo di inciampare tra i buchi del pavimento divelto e i cumuli di quella che non è semplice immondizia. Sono tracce di passaggi. Ci sono medicinali, bottiglie, vestiti: il luogo è vissuto. Uno specchio appoggiato ad una sedia, un rasoio e della schiuma da barba giacciono lì vicino. C’è ancora qualcuno in questo posto. Una siringa intinta nel sangue. Forse più d’uno.

67

 

Dopo il degrado, è la vastità dell’Osi a colpirci. Il soffitto, così alto, sembra quello di una cattedrale e i pilastri scandiscono le sue navate.

8 c

 

Le finestre sul fondo sembrano fanali sprofondati in un tunnel troppo buio.

 

910

 

Ci addentriamo in quel tunnel mentre dalle finestre del piano superiore provengono sguardi e rumori. Inchiodati a muri e pilastri ci sono ancora i vecchi cartelli per gli operai.

1112

 

In fondo, appena prima di una scala laterale, ci sono i resti di un giaciglio. Un sacco a pelo giallo sbiadito, il ricordo di un materasso, bottiglie di birra, sigarette, scarpe. Uno scenario poco diverso dal resto. Uno scenario in cui qualche giorno prima, il 7 marzo, un marocchino di 37 anni era stato sequestrato e torturato per ore da cinque suoi connazionali. Dopo averlo filmato mentre lo pestavano e lo ferivano con un coltello, i cinque, ubriachi, si erano addormentati. Il mattino dopo la loro vittima era fuggita, riuscendo ad allertare le forze dell’ordine. Le sirene avevano circondato l’edificio, i poliziotti erano penetrati all’interno e avevano arrestato i torturatori.

13

 

Adesso di quel clamore non c’è traccia, forse ce ne sarebbe bisogno, per riqualificare l’Osi per davvero. Per davvero però, perché i progetti ci sono stati. Tra il 2009 e il 2011 il Comune di Torino ha dato il via ai lavori per i progetti di riordino (qui il piano di riordino approvato da Comune e Provincia). Così nel 2012 La Stampa annunciava il progetto da 60 milioni: giardini pensili, la sede del nuovo Istituto Europeo del Design, un eco-campus ad emissioni zero e trecento appartamenti. Dopo tre anni il Sole 24 Ore, in questo articolo, rilanciava il magnifico piano strategico di Torino che puntava anche sull’area Osi-Ghia. Già perché l’Osi non è l’unica area dismessa, ma da anni si specchia nelle macerie della Ghia, un’altra carrozzeria fondata nel 1916 e chiusa anch’essa nel 2001. L’area Osi-Ghia è un’area immensa: 52 mila metri quadri. Cinquemila di questi, di proprietà della famiglia Milanesio, si sono salvati: il progetto di co-working ToolBox è sceso nel campo dell’Osi Ghia. Un campo dove sarebbero dovuti fiorire anche tutti gli altri progetti, un campo così vasto che il 50% sarebbe rimasto intonso, a testimonianza del passato industriale della città. Ad oggi il 100% dell’area è in stato di degrado e abbandono. Come dichiarato in un video dell’Ordine degli Architetti di Torino, “Solo di recente le mutate condizioni economiche e la crisi del mercato immobiliare non hanno reso possibile dare corso al progetto”. Di sicuro adesso non c’è alcun rischio che il passato industriale venga dimenticato.

Nel frattempo ci sono i writers a riscrivere il glorioso passato industriale. I loro murales dipingono la Osi con colori più accesi dello sporco che sovrasta.

14

 

Lasciano un po’ di vita con questi muri colorati, eppure non sembra piacere a tutti.

DSC_0051DSC_0055

 

Però la vita che incontriamo nella Osi non sta sui muri, anzi dorme sui pavimenti. All’inizio Jackson non vuole parlare con noi, ci fa segno di andare via, di lasciarlo in pace. Teme che siamo venuti per mandarlo via da lì, ma non siamo poliziotti.

Ho sentito l’allarme suonare, ho pensato che non potevano essere gli altri, loro non entrano da lì. Allora ho pensato fossero i ragazzini della Lega venuti con i cani per rompere le palle, ma non sarebbero mai saliti fin qui, hanno paura.

Jackson ci stupisce sin da subito: parla perfettamente italiano. Viene dal Senegal, ma ha studiato in Italia e poi ha lavorato come interprete. Decide di parlare con noi perché siamo dei pivelli. Lo avrà intuito dalla sicurezza con cui ci siamo affacciati alla sua stanza e abbiamo mormorato:“Scusate?”. Lui però è gentile e dice di aver accettato perché siamo ragazzi. Jackson non abita in uno dei 300 appartamenti progettati e mai realizzati nell’Osi-Ghia. Occupa le stanze al primo piano, ci ha passato una scopa ed è riuscito a spingere polvere e detriti ai margini. Ha un giaciglio fatto di vestiti appallottolati e quello che dovrebbe essere un sacco a pelo.

DSC_0072DSC_0060

 

Jackson ci descrive la situazione dell’Osi dall’interno. C’è un continuo via vai di gente oltre a writers e “ragazzini della Lega Nord”. Ci sono almeno nove gruppi di persone che dormono nella zona. Entrano nell’edificio da un buco nel muro che dà sui binari ferroviari. Mica come i pivelli che fanno scattare l’allarme all’ingresso. Dallo stesso buco si scorge il palazzo de La Stampa, appena oltre i binari.

 

foto buco nel muro osistampa dal buco

 

 

Ogni pomeriggio arrivano quelli che utilizzano l’Osi per bucarsi. Comprano l’eroina dagli arabi che controllano l’ex carrozzeria Ghia. La Ghia oggi è una piazza di spaccio. “Qualche tempo prima c’erano stati dei problemi con i tossici, la gente che abita nella zona aveva chiamato le volanti, ma quelli erano riusciti a togliere l’arma ad un poliziotto”

Dopo questo episodio avevano sigillato la zona. L’entrata principale è custodita da due portoni chiusi.

DSC_0100

 

Appena fuori dall’Osi però notiamo un cancello laterale vicino ai binari. Il grosso lucchetto è stato tagliato e penzola inerte.

DSC_0101

 

L’allarme riprende a suonare e ci infiliamo nel cancello semi aperto.

1 ghia

 

Siamo su una strada sterrata. A sinistra vediamo l’edificio a due piani posto all’ingresso. Lo spazio è aperto e soleggiato, eppure trasmette uno strano senso di pericolo. Tutto è circondato da cumuli di macerie.

Oltre le macerie si staglia l’edificio de La Stampa, è vicinissimo. Solo i binari lo separano da quella che nel 1916 era la carrozzeria di Giacinto Ghia e oggi è una piazza di spaccio.

2 ghia

 

Nello spiazzo centrale si poggia un capannone. Macchie di sole filtrano dal soffitto, piccoli arbusti difendono l’entrata.

3 ghia

L’interno è spoglio, il soffitto è un arco che sfocia in una fila di pilastri. Da quegli stessi pilastri parte un soffitto gemello che duplica lo spazio. Sembra la stazione di un treno che ancora non arriva.

4 ghia

 

Rami e piante secchi e anneriti riempiono gli spazi vuoti. Pezzi di natura penetrano anche nell’edificio a guardia dell’entrata.

7

 

L’ex-Ghia non sembra una natura morta, lo è.

8

 

La vecchia entrata è chiusa da un muro di mattoni, serviva a sigillare il luogo. Evidentemente non ha funzionato.

9

 

L’ex Ghia ha avuto tante vite. Il vecchio stabilimento era stato bombardato durante la seconda guerra mondiale, nel 1943, ma era stato ricostruito. Era passato dal gruppo Fiat a Ford. Aveva disegnato auto per Voslkwagen, Fiat, Renault, Chrysler. Tutti grandi nomi che portavano il design Ghia. Oggi c’è ancora vita che batte nel suo petto. Sono i suoi abitanti a farla pulsare, e non ce lo dice solo quella stanza arredata da poster e figurine della madonna che avevamo fotografato dall’esterno.

10

 

Ce lo dicono i passi e il rumore dei respiri che sentiamo all’interno. Abbiamo preso una scala antincendio arrugginita. I nostri passi sui gradini di ferro facevano un rumore infernale e al primo piede poggiato sul piano superiore, è ripartito l’allarme.

11

 

Jackson ci aveva avvisato: tutti gli abitanti della zona si conoscono. Quella sirena annuncia a tutti la presenza di ospiti inattesi. Ci muoviamo per le stanze interne, tra rifiuti e murales. Proprio non vuole smettere di suonare questo allarme. Dalle finestre che si affacciano su via Egeo un uomo, sguardo torvo e braccia incrociate, ci guarda. Sembra abbastanza incazzato, ma sembra anche sapere cos’è il luogo dove siamo andati a ficcare il naso.

12

 

Prendiamo di nuovo le scale, percorriamo la strada sterrata velocemente e ci infiliamo nello spazio lasciato dal cancello semi aperto. L’allarme continua a suonare. Dalla strada vediamo quell’uomo allontanarsi a grandi passi, percorre la strada a ritroso. Lo seguiamo.

 

Testo di Luca Magrone, Grazia Tomassetti. Foto di Marco Bonadonna, Carolina Orlandi. Con la collaborazione di Remo Gilli.