È stato uno dei protagonisti indiscussi della campagna elettorale ancor prima che questa prendesse corpo. Tutti i candidati hanno parlato di lui, tutti ne hanno discusso le posizioni e le dichiarazioni pubbliche. Alcuni lo acclamano come indiscusso astro nascente della politica nazionale, altri lo hanno accusato di eccessivi personalismi e di aver trasformato queste amministrative in un trampolino per la campagna referendaria. E se in moltissimi, qui a Torino, vedono una sua mano diretta nello aver spinto Piero Fassino a ricandidarsi, sono in pochi ad averlo visto in città negli ultimi mesi. È così che, nella settimana che precede il voto, alla fine arriva Renzi.

In un teatro Alfieri blindato, il Presidente del Consiglio sale sul palco insieme al sindaco uscente e a tutto l’establishment del Partito Democratico piemontese: Sergio Chiamparino, presidente della Regione, e Antonio Saitta, presidente della Provincia, sono in prima fila a dare la spinta decisiva alla rielezione del sindaco uscente.

Arriviamo al Teatro un’ora prima dell’evento e tutte le vie che portano a Piazza Solferino paiono bloccate dalle forze dell’ordine. Solo dopo aver trovato un varco in piazza Cernaia ed esserci impilati nella calca formatasi all’ingresso riusciamo a entrare in una sala già allestita con gadget di ogni genere e bandiere del Partito Democratico. Ovunque ci si giri, in platea, i capelli i bianchi abbondano. Nell’ora e mezza che stiamo seduti ad aspettare l’inizio dell’evento sembra non succedere niente di rilevante (le discussioni tra le poltrone si accendono solo quando si parla trovare un parcheggio in centro storico) sino a che, mentre stiamo scattando qualche foto della platea, noi della redazione di Torino2016 veniamo avvicinati da due addetti alla sicurezza. Ci intimano di alzarci dai nostri posti e di seguirli dietro la regia. «Siete gli ultimi di un controllo fatto a campione» ci spiegano mentre ci identificano prendendoci i documenti. Il tempo di provare a capirci qualcosa di più, soprattutto perché in quell’ora e mezza nessuno della sicurezza aveva rivolto anche solo la parola a qualcuno del pubblico, che riprendiamo possesso delle nostre carte d’identità. «Godetevi la serata!», Renzi, finalmente, è arrivato davvero.

E in una sala buia in cui solo il palco è illuminato a favorire le telecamere sfilano, uno dopo l’altro, i vertici del partito piemontese. Il motto “Orgoglio Torino” è il leit motiv della serata: una campagna sobria e fatta con i toni propri della città sabauda ma, soprattutto, la celebrazione dei risultati ottenuti dalle ultime quattro giunte di centrosinistra.

«La continuità in questa città è un valore, non un disvalore. Siamo gli unici con un programma, una classe dirigente, un progetto. C’è chi chiede il voto per protesta, noi chiediamo un voto per Torino»

dichiara il sindaco uscente dopo aver snocciolato con la solita serietà e attenzione i dati positivi che riguardano la città sotto la sua amministrazione e i progetti di investimento per il futuro. Un concetto forte che fa da perfetto trampolino di lancio al discorso finale, quello del Premier.

Quando sale sul palco, infatti, i toni già celebrativi si alzano ancor di più. Viene richiesto uno sforzo alla comunità in quelli che Renzi definisce “le Cinque Giornate di Torino”: un momento in cui, sino a domenica, ogni militante, casa per casa, pianerottolo per pianerottolo, dovrà lasciare «un’impronta nella storia». Il valore di un sindaco e di una città, infatti, non si vede solo nei servizi e nei programmi elettorale ma anche e, soprattutto, «nella qualità dei rapporti umani che in essa si esprimono. I cittadini non sono soltanto numerini ma colonna e forza per una città che ha un passato meraviglioso e un futuro di bellezza orgoglio e ingegno.» E poi, un po’ come è arrivato, Renzi scompare da una porta secondaria lasciando una platea entusiasta che sventola bandiere PD, un establishment soddisfatto di un incontro che, ancora una volta, ha sottolineato la serietà del programma proposto e dei giovani reporter che, all’uscita, aspettano di farsi riconsegnare l’unico zaino requisito all’ingresso.

Eugenio Damasio